Inserito da: Zaitsev | Ottobre 29, 2007

Napenda kuishi

Napenda kuishi. Mi piace vivere. Il nome del progetto che raccoglie ragazzi di strada, ragazzi tossicodipendenti e ragazzi a rischio della periferia di Nairobi. E’ un progetto legato alla realtà di Korogocho. La Nependa kuishi house si trova a Ngong, colline a mezz’ora da Nairobi. Ngong significa letteralmente “gnocche delle mani”, che ricordano esattamente queste colline. Una di seguito all’altra. Panorama incantato. Questo pezzo di kenya è particolarmente verde..è rigoglioso. La magia di questi posti è che basta veramente allontanarsi di poco dalla rumorosa capitale che il panorama cambia al punto di confondersi e di non sentirsi più a Nairobi, tra i suoi rumori, tra i suoi contrasti.. ma di trovarsi esattamente immersi in un africa che cambia volto e fisionomia, che diventa fatta di piccole cose, di piccoli gesti, di piccoli modi di vivere..modi semplici di trovarsi a fare i conti con un mondo che cambia e una vita faticosa da vivere. Una gratificante vita, direi io.. ma in verità non lo so..

Terra rossa e vegetazione verde smeraldo. E in cima alla collina la struttura per i ragazzi. Piccole casette di legno e lamiera colorata, circondate da tante aiuole. Quando siamo arrivati giocavano a calcio. Subito il magone in gola, perchè quelli non erano ragazzi. Quelli erano bambini. Quindici bambini dagli undici ai quattordici anni che giocavano a pallone. E allora la testa ti parte e non ci capisci poi molto. Così mi sono seduta al bordo di quel campo senza confini definiti e ho osservato. Li ho osservati, per trovarci poi un senso in tutta questa cosa..

Se ai bimbi italiani bisogna ripetere all’infinito che l’importante è partecipare, questo non vale per i bambini africani. I bambini africani giocano per giocare e basta. Non so nemmeno se tengono il conteggio dei goal che passano tra i due legni fissati nel terreno, lì per determinare la porta. Ma giocano e sono allegri e quasi non sembra che siano li perché la vita si è fatta per loro troppo difficile troppo presto.
Erano sorpresi dal mio tifo confuso per entrambe le squadre. Chissà perché siamo convinti che per giocare a calcio servano divise e scarpini, a me è sembrato che venisse benissimo anche con una ciabatta in un piede e una scarpa nell’altro. Chissà perché poi crediamo che servano tante regole per divertirsi..loro non ne rispettavano nessuna e sembrava comunque si divertissero.. nessuno che brontolava per andare a recuperare la palle che correva velocce giù, nel campo di cavoli o a disturbare il brucare delle pecore, nessuno che si lamentava per un fallo o un entrata disordinata. Giocare, era la regola.. e poi li guardi e vedi quanto sono bambini e fatichi ad accettare quale sia il meccanismo che li toglie alla loro infanzia troppo presto, ad una infanzia che forse dura giusto il temo in cui sono sulla schiena della loro mamma. Però sono bambini.. bambini che sniffano colla e che dopo la partita al pallone corrono a guardare i cartoni. Quelli sono bambini.

Bambini a cui piace vivere..?

E tra quei bambini, ce n’era uno che si chiama Bruno. Così ho pensato che c’è proprio un Bruno in ogni posto…

Inserito da: Zaitsev | Ottobre 25, 2007

W. Shakespeare

Ma tu chi sei, che, protetto dalla notte, inciampi nel mio segreto pensiero?

(W. Shakespeare)

Sue In the Wind

Sue in the wind

Inserito da: Zaitsev | Ottobre 23, 2007

Masai Mara

Sette ore di matato per arrivare al Masai Mara. Sette ore di strada impercorribile e polverosa. Polverosa fino a non respirare e fino ad essere completamente ricoperti di terra. L’unica consolazione qualche cartello improvvisato che diceva “road under construction”, anche se in verità ci credo poco, perché questa è Africa con le sue strade africane. Sette ore di paesaggi diversi. Sette ore di pensieri portati in giro in quelle distese sterminate. Sette ore di immagini disuguali. E sette ore di persone e volti incontrati. La bellezza di questo paese è proprio questo veloce susseguirsi di paesaggi. Nessuno uguale a quello precedente, così che montagne verdi, boschi boscosi, la pianura della Rift Valley, distese verdi e poi aride e ancora, la savana e poi il nulla a perdita d’occhio. Un nulla incantevole. E poi il cielo..quel cielo, ancora più blu e ancora più vicino che diventa un tutt’uno con la terra all’orizzonte.. e le nuvole, quelle si che sono nuvole, le più belle nuvole, nuvole che sembrano incollate al cielo.. e poi pastori masai, quelli veri e non quelli costretti a fare il circo per i turisti, mentre portano a pascolare il gregge.. e solo loro per chilometri. Di tanto in tanto qualche centro abitato con una scuola poco popolata perché i bimbi, qui, portano anche loro il gregge a pascolare. Due le immagini più belle. Un ragazzino masai che cammina solo nella radura, con il suo mantello rosso e l’andatura lenta e consapevole. L’altra, due bimbi che giocano sotto un albero mentre le pecore di cui si devono prendere cura brucano gli arbusti aridi. E il vento…che non manca, che spazza via ogni cosa, e che rende la vita dei villaggi particolarmente faticosa.

Se fino a questo momento della mia vita avevo pensato che la doccia meno ospitale della mia vita era quella del bagno del New Kenya Lodge (e solo Matte può sapere che non mento!) ora ho decisamente imparato che al peggio non c’è veramente fine. Al campeggio dove abbiamo passato questi tre giorni, le docce erano una capannina di lamiera, senza scarico, qua va così, l’acqua scivolava nella boscaglia retrostante dentro un canale scavato nella terra. E l’acqua calda, perché c’era l’acqua calda, era scaldata dentro un barile di ferro sotto cui era acceso il fuoco (!!!) e tramite un intreccio di tubi poco rassicurante ci permetteva di lavarci. Se non altro l’acqua scendeva copiosa, molto più di quella di casa nostra!

Simba

E così anch’io a caccia di leoni! E il masai mara non ci ha proprio delusi.. in uno dei suoi periodi più belli, quello delle migrazioni degli gnu che si dirigono verso il Serengheti, in Tanzania, ci ha regalato l’incontro di animali che vedi solo nei documentari e nella tua immaginazione, ma nemmeno tanto chiaramente. Leoni, leoncini, gruppi di leoni che dormono, mamma leone, leone che caccia, leoni che fanno all’amò, leopardi, elefanti, elefantini, famiglie di elefanti, giraffe, giraffine, giraffe che giocano in un elegante intreccio di lunghi colli, uccelli vari, enormi e colorati e poi intere collezioni di wild beasts e di antilopi (qua sono un po’ generici nel catalogare gli animali) e naturalmente tante zebre. Da piccola le zebre erano uno di quegli animali che mi affascinava di più..per il loro manto bicolore, probabilmente. Ora invece, dopo averne viste a migliaia praticamente ovunque sono stata, mi sono quasi abituata e non mi sembrano nemmeno più così magiche. Vigliacca abitudine.
Insomma.. tramonti mozzafiato, cieli stellati e albe magiche. E poi molte risate e persone strane incontrate. Un’odiosa donna francese che avremmo lapidato prontamente se fosse permesso, due ragazzi, non più tanto ragazzi in verità, anch’essi francesi in giro per il mondo per un anno intero, un’insegnate australiana che abita a Londra tanto buffa venuta in Kenya per un matrimonio.. e poi tutti i masai che gestiscono il campeggio, veramente carinissimi. Un ricordo particolare naturalmente al nostro driver Tony e Chris, il cuoco..che mi ha preparato gustosi fagioli con i peperoni alle sette del mattino per la mia colazione vegetariana. Mmm..

Inserito da: Zaitsev | Ottobre 18, 2007

Ol’khalau

Se Korogocho e Kibera ci aveva accolto con un coro di “How are you”, Ol’khalau ci ha dato il benvenuto con un molto più nostrano ”Ciao Bella”. Come dire… gli effetti della presenza di una scuola gestita da suore italiane..

Ad Ol’khalau c’è una sola strada asfaltata. Le altre sono di terra arancio e rifiuti. Ad Ol’khalau ci sono più asini che macchine. Ciò che non manca ad Ol’Kaloa è la pubblicità della Safaricom (un’affiliata Vodafone).  In kenya dove arriva una strada, per quanto possa essere una strada sterrata, impercorribile e impraticabile, arriva la Safaricom; che non si accontenta di contaminare le strade con i  piccoli baracchini di lamiera verde ogni 5 mentri (magari non si trovano i pomodori, ma le ricariche del telefonino sono tranquillamente reperibili!), ma dipinge interi edifici di verde con la scritta Safaricom bianca cerchiata di rosso. Camminare per Ol’khalau dà l’impressione di esser in un posto senza tempo, dove tutto scorre lento e calmo e sereno. Ad Ol’khalau la vita sembra fatta veramente dei negozietti che si affacciano sulla strada e dei meccanici di biciclette. Ad Ol’khalau c’è un piccolo posto dove si può mangiare che si chiama Jacaranda. Attorno alla porta è disegnata la bella jacaranda. Una ragione sufficiente per andare ad Ol’khalau.

Ol’khalau è un piccolo fazzoletto di terra verdissimo a due ore e trenta da Nairobi. Ol’khalau è famosa per il centro di riabilitazione per bambini disabili. La terra su cui nasce Ol’khalau era di proprietà inglese, che il governo keniota riscattò al momento dell’indipendenza, e che poi divise in piccoli lotti, uno dei quali fu dato alla diocesi che poi progettò la costruzione di un orfanotrofio. L’orfanotrofio non nacque, ma si creò una struttura per disabili, bimbi disabili e di conseguenza una scuola, per permettere ai piccoli ospiti di andare a scuola durante la loro degenza. Due volte l’anno alcuni dottori genovesi vanno e operano. A febbraio in due settimane hanno operato 90 bambini. Attualmente la scuola è aperta anche per i bimbi del paese, che tornano a casa dopo le lezioni, mentre gli altri sono ospitati nella struttura. Ad ognuno spetta un letto di ferro rosso, una coperta fiorata perfettamente in ordine e un comodino, dove spesso sono appoggiate le protesi o le scarpe ortopediche.

Ad Ol’khalau ho imparato a saltare la corda, ma non una corda normale, che già sapevo saltare, ma una corda fatta di arbusti, tipo liane. Ad Ol’khalau l’elastico per i capelli con le palline colorate di lana cotta che la dolce Dani (mooo..stella mi manchi tanto!!) mi aveva regalato per natale è stato scambiato per un insieme di caramelle. Ad Ol’khalau mi sono sentita strana e un po’ fuori posto. Forse per il clima troppo religioso-rigoroso, forse per via dei miei compagni di viaggio-stage-casa, forse perché non mi aspettavo che la voglia di correre superasse in quel modo il fatto indiscutibile di non avere una gamba o un grave disturbo fisico. Ad Ol’khalau ho avuto molta voglia di piangere quando un piccolo bimbo mi è venuto incontro trascinandosi con le mani perché non aveva le gambe e quando una bimba mi ha mostrato, ridendo, il suo braccino senza mano mentre giocavo alle ombre cinesi con i suoi compagni. Ol’khalau ho cercato qualcuno che sostenesse il mio sguardo triste, ma non l’ho trovato. Ad Ol’khalau ho sorriso per la tenerezza con cui ero accarezzata e tenuta per mano. Ad Ol’khalau ho avuto la sensazione che tanti bimbi kenioti hanno la speranza di non essere limitati da un disturbo fisico, e che la volontà di una grossa, e ormai anziana suora italiana, fosse veramente la risposta ad una speranza. La risposta al sogno di molti genitori di vedere i propri figli camminare, correre e imparare a leggere. Noi sogniamo di vedere i nostri figli laurearsi, trovare un lavoro remunerativo e comprare casa, qui sognano di vederli guarire da un difetto fisico dal quale i nostri figli sarebbero guariti entro il primo anno di vita.

Chissà poi perché…

17 ott 2007

Inserito da: Zaitsev | Ottobre 8, 2007

Qua capita

Qua capita. Capita di salire su matato e di essere fermati dalla polizia. Capita che la polizia sequestri il mezzo e ti porti in centrale. Capita però anche di essere rilasciati senza problemi: il vantaggio di essere bianche e di avere sul telefonino memorizzato il numero dell’ambasciata. Capita. Capita, qua, che siano sacchi di sabbia a tenere in piedi la strada. Capita che i matato facciano strade contromano e investono persone. Capita anche che siano loro ad incazzarsi. Capita… capita di comprare un armadio e di non vederselo portare. Capita di correre per tenersi in forma ma d’essere costretto a respirare aria di color grigio. Capita di salire su un matato e perdere l’udito per la musica troppo alta. Capita anche di dover litigare per salire su un matato per non trovarsi al buoi per la strada. Capita.. capita che la strada finisca e di dover fare un fuori pista. Capita di trovarsi a Nairobi nel momento probabilmente più bello: la fioritura della jacaranda. Capita che la fioritura di quell’albero dal tronco sottile, dai sottili rami e dai mille fiorellini viola, sia una ragione sufficiente per essere qui. Capita di tornare a casa con le scarpe di un altro colore. Capita di cenare a lume di candela perché non c’è la luce, ma anche di fare la doccia fredda per la stessa ragione, capita.. capita di arrivare in ufficio e trovare tutto il palazzo bloccato per un guasto all’impianto elettrico.. e di fare dunque festa!! Capitano i gechi in casa e le zanzare che mordono anziché pizzicare. Capita d’essere chiamati Muzungu. Capita di mangiare riso ad ogni pasto. Capita di ingrassare senza mangiare cose gioiose. Capita di sentirsi un momento a casa e un momento fuori dal mondo.. capita di trovarsi all’Uhuru Park e di trovarlo in più bel parco del mondo.. con il suo laghetto, e gelato a pochi soldini, e le cime di lussuosi palazzi del centro che fanno capolino in lontananza. Capita di sentirsi un altro posto. Ma capita anche d’essere sgridati perché il mitico Uhuru Park è uno dei luoghi più pericolosi della città. Capita di sentirsi sicuri un momento, e quello dopo insicuri. Capita di vedere i ragazzi che sniffano colla e i bimbi che vanno a scuola. Capita di sentire le storie più assurde e preoccupanti. Capita di sentirsi bianche tra i neri. Capita che l’ambasciata americana ci avverti di evitare certe zone causa comizi politici con rischio di cariche della polizia. Capita che all’autista del matato non interessi fare frontali con i camion. Capita che finisca io per fare l’omino del matato. Capita anche che attraversando la strada verso il lago Nairasha, ti attraversi la strada una scimmia o una giraffa. Capita persino di camminare tra le zebre, gli gnu, o i kudù. Capita…Capita di tenere in braccio dolci bimbi di Libera. Capita d’essere parte di un sistema che misteriosamente sopravvive… capita che capitino tutte queste cose solo perché il loro capitare è assolutamente normale.

8 ottobre 2007

Inserito da: Zaitsev | Ottobre 8, 2007

Korogocho

Siamo arrivati a Korogocho al mattino presto, intorno alle sette e trenta per essere in tempo per la messa delle otto. Quella città nella città era però già sveglia e a pieno ritmo. Abbiamo lasciato la macchina nel cortile di una chiesa, poco dopo aver abbandonato la strada principale ci siamo incamminati a piedi per un percorso di alcuni km. La strada era mediamente larga e percorsa dei matato rumorosi. Ai lati due larghi fossati, o meglio, due larghe fogne, oltre le quali erano state costruite casette, negozietti, e qualche scheletro di palazzo in muratura, colorato dalla biancheria stesa e reso vivo dalle vocine dei bimbi che si affacciavano ad ogni piano gridandoci “How are you” o meglio parole a caso dal suono più o meno simile. Direi..parole in libertà.. qualche bimbo ci infilava dentro qualche “r” in più o una “l”, assomigliando di più a quello che poteva pronunciare un bimbo cinese. Un coro allegro e divertentissimo che ci ha accompagnato sia all’andata che al ritorno. Bimbi che in coro, come una filastrocca o un coro che sbucavano da ogni parte, da ogni vicolo e da ogni baracca. Coperti da vestiti trucidi, scoloriti, ma dagli occhi vivi e i sorrisi brillanti.

Più ci addentravamo più lasciavamo la strada asfaltata per quella battuta, le montagne di rifiuti aumentavano e l’aria si faceva sempre meno respirabile. Le baracche diventavano più fitte, i vicoli più stretti, le fogne più numerose, le strade più affollate e l’aria grigia dal fumo dei fuochi accesi dalle donne per cucinare. Qualche bancarella che vendeva qualche verdura e qualche oggetto recuperato dalla discarica. Tantissimi bimbi in giro, a giocare, a correre con tutta quella vitalità che giusto in un bimbo sereno si può trovare. La strada principale si faceva sempre più stretta e più scura e più popolata, ma dai lati si ramificavano numerosissime stradine, a volte chiuse da una specie di cancello in lamiera. Per ogni strada nel centro un solco profondo dove defluivano i liquami. Passata la primary school intitolata a Daniel Comboni (notorio fondatore dell’ordine dei comboniani) si distendeva alla nostra destra un alta recinzione che delimitava un cortile, con la chiesa, la scuola e la nursery. Un grande campo sportivo e la chiesa ad anfiteatro (in discesa) fatta con i gradoni in cemento e il tetto di lamiera. Tutt’attorno la lamiera colorata e disegnata tentava di coprire la vista della discarica che si distende a perdita d’occhio, come una collina panciuta sopra cui volavano enormi uccelli. Quando cambia il vento l’aria diventa improvvisamente irrespirabile, o se possibile ancora di più.

Visi, sguardi, mani incrociate, testine accarezzate e sorrisi, tanti sorrisi e tanta serenità e tanto coinvolgimento.. la sensazione più forte è quella di serenità. Camminavo in quei vicoli consapevole e coccolata da quel contesto. Ho sentito la profondità del mio respiro, come quando torni ad essere completamente a posto con il mondo, ma soprattutto con te stesso. In un attimo tutte le ansie e le paure quotidiane si sono allontanate lasciando spazio ad un equilibrio ed una serenità che ricordo d’aver trovato solo in occasioni simili nella mia vita.. avevo il cuore aperto e sento d’aver ricevuto tantissimo..dalle manine di quei bimbi, dal futuro incerto, per non dire senza futuro, dall’amore che trasudava dalle persone incontrate, dalla cura incondizionata con cui ci si prende cura del proprio fratellino.. dalla speranza di padre Daniele. Povere solo per la mancanza di una bella casa, Ancora una volta quel luogo comune che vuole rappresentata l’Africa da una donna piangente con un figlio morente tra le braccia risulta essere falsa. Forse è questo che stupisce.. che con così tanta miseria, povertà, degrado, ingiustizia la gente sopravviva comunque. Perché qui si vive. Si vive, si respira, si ama in una forma che forse noi non comprendiamo. E si lotta, in un modo che noi non conosciamo e non capiamo.

Così mi spiace, e mi scuso per essere tornata in quel luogo fitto e intenso su un pulmino delle Nazioni Unite scortato dalla polizia. Mi spiace e mi scuso per aver guardato quel modo di vivere da un piedistallo troppo alto, fatto solo di parole formali e burocrazia distante. Mi spiace e mi scuso, per non aver trovato Khatrine,la bimba che mi ha dato lezione di giochi con la camera d’aria della bicicletta, tra quella folla infinita di bimbi e di occhi grandi, e mi spiace, ma ringrazio, per essere entrata di straforo in quella classe disturbando la lezione, e mi scuso per non essermi seduta come avrei voluto in uno di quei piccoli banchi e assistendo con loro alla lezione.. mi spiace e mi scuso se talvolta lo stupore per tutta quella povertà ha mancato di rispetto in qualche modo a quel modo di vivere complicato, ma dignitoso.

8 ottobre 2007

Inserito da: Zaitsev | Ottobre 1, 2007

Thika

Thika, ridente cittadina dell’entroterra nairobino.

Famosa per le sue due cascate: Chania e Thika.

Famose al punto tale che nemmeno i suoi cittadini ne conoscevano l’esistenza. E tanto famosa al che gli unici bianchi che si sono visti camminare per le sue strade trafficate dai taxi-bicicletta sono stati gli autori della Lonely Planet 2005 e Giulio, Marta ed Io. A renderla famosa, almeno nelle nostre menti, oltre la caratteristica atmosfera che ti faceva dimenticare che Nairobi era distante solamente 41 km, il piano bar con un repertorio di tre canzoni dallo stile country-swahili, nell’unico posto che permetteva la visuale completa delle cascate.

Un viaggio fatto di saluti, sorrisi, di distese infinite, acacie, costruzioni fatiscenti, strade sconnesse, bambini, bambini che rotolano giocando, piedi che camminano, persone che vivono, nuvole gonfie che lasciano intravedere scorci di cielo azzurro, ruote, musica assordante, biciclette, bancarelle, mercati, mani, africa, terra rossa, persone, lavoratori, merci, verdure, capelli intrecciati, vestiti colorati, gicaranda, carretti, capre, cartelloni pubblicitari.

1 ottobre 2007

Inserito da: Zaitsev | Settembre 24, 2007

Matato e Africa…

Volevo raccontarti un po’ della mia quotidianità. Un po’ di quelle cose di poco conto che nelle telefonate si omettono sempre.

Nonostante il week end non sono riuscita a dormire oltre le otto, né ieri, né oggi… forse colpa della luce.. qua le tende sono bianche, così poco dopo il sorgere del sole in camera è luce piena.

Quando mi sposterò nell’altra camera temo saranno canti di uccelli improponibili a svegliarmi ogni mattina.. Gibby si diverterebbe molto a fare birdwatching!

Di solito arriviamo in ufficio dalle otto alle otto e trenta, anche se potremmo tranquillamente arrivare più tardi. Il margine è anche legato ai matato. Fino ad oggi ci siamo sempre svegliati presto, dalle 6,30 alle 7. Sai bene quanto sia faticoso svegliarsi presto al mattino per me, ma sai anche che quando ho cose da fare mi sveglio agile.. colazione e via.

Attraversiamo la strada, che è una tranquilla strada non tanto trafficata e aspettiamo l’arrivo del famigerato matato. Prendere il matato è un’esperienza imperdibile, almeno di giorno e meglio in gruppo. Quando tornavo dalle UN da sola ho voluto prendere il matato da sola. Era giorno e tutti mi avevano tranquillizzato sulla sicurezza. Ero vestita bene e anche l’unica bianca. In matato non si incontrano mai bianchi. Mai. Insomma, per stringere, come piace a te, due tipi si sono messi a litigare perché ognuno voleva che io salissi sul proprio matato, e quando hanno cominciato a spingersi ho esordito con: “Stop pleace, i choose by myself!!” grande!!!!! Morale della favola il tipo mi ha fatto pagare anche 11 centesimi di euro in più, direi però che non era il caso di fare casino per poco.. e poi: ha fatto bene: uscivo dalle UN ero bianca e ben vestita ed ero tranquillamente fregabile. Poco importa.

Ritornando ai matato: salire in matato significa salire su pulmini bianchi a 12 posti stipati e 2 due davanti al guidatore. C’è il driver e un ragazzo che sta dietro a prendere i soldi e chiamare le fermate sbattendo rumorosamente sulla carrozzeria del pulmino. Ah!! Molti hanno musica a palla e certuni anche la tv che trasmettono video musicali. I posti sono strettissimi, quindi salire e scendere è cosa abbastanza ardua senza sbattere e urtare nessuno. Significa anche incontrare le persone più strane, ma soprattutto è uno dei pochi contatti con i locali che abbiamo. Da qui, ci vuole una mezz’oretta, più tardi esci e più tempo ci vuole. Ma di certo loro non si fanno scoraggiare: per saltare il traffico, fanno lunghi contro mano, lunghi pezzi sui marciapiedi, rischiano di speronarsi a vicenda, di investire persone. Il tutto però fatto con grande calma. E’ tutto normale. E’ normale stare stipati, salire al volo.. a volte rifletto sul fatto che ci sia un linguaggio universalmente riconosciuto da chi viaggia in matato. forse è per questo che ancora molto mi sembrano stranezze. Però è divertente. Siamo ancora guardati con stupore perché siamo bianchi, e qui i bianchi girano su lussuosi mezzi propri, spesso guidati da autisti personali. Ho saputo che il costo per l’autista personale si aggira tra i 60 e 100 euro al mese. Pensa te… l’Eleonora ha pensato bene di proporci di averne uno!!!!

Quando arriviamo in ufficio la metà della gente ancora non c’è. La cosa è divisa tra ambasciata e ufficio cooperazione. Sono sullo stesso piano e ci si accede passando qualche porta. Noi siamo stipati nel famigerato stanzone della fotocopiatrice. Non abbiamo neanche una finestra. E siamo tutti insieme. Il clima è tranquillissimo. Tutti ti salutano e ti danno il buongiorno. C’è un clima di fancazzismo assurdo. Tanta gente per poco lavoro probabilmente. Direi che è l’esatto ritratto del lavoro statale.

Tutti cordiali, ma pochi veramente disponibili: Carla, ufficio cooperazione che è in cinta e tra un mese va in maternità (ma uffa!!è grazie a lei che abbiamo trovato casa) , Eleonora, anche lei è in cooperazione ed è li per un progetto, per cui è poco più grande di noi. In ambasciata di rilievo c’è Renzo, un omone romano che ci ha anche portato a casa in macchina e Luca, un ing. Che si occupa di pc. Due mattine fa siamo rimasto sconvolti perché un tipo della cooperazione che abita qui vicino a noi ci ha visto sulla strada in attesa del matato, ci ha salutato ed è andato dritto: bè un passaggio poteva anche darcelo! Cooperanti, cooperanti del cavolo!! Insomma, in ambasciata ci lavorano direi una quindicina di persone e in cooperazione pochi di meno. Ci siamo ma nessuno ci considera troppo. Ognuno è assegnato ad una persona e lavora con quella. Io ancora non ho fatto troppo, però ho già accumulato diverse cosine da fare. Come ti ho detto la mia tipa, Dott. L.C rappresentante permanente italiano a UNEP (ambiente) e UNHABITA (insediamenti urbani) si aspetta da me sostanzialmente:

1. rassegna stampa quindicinale dai siti UNEP e UNHABITAT
2. Spedire telespressi, che sono comunicazioni tra UN e Roma per quanto riguarda fondi e finanziamenti
3. gestione vacancies dal sito un a sito del ministero esteri italiano
4. seguire un progetto italiano di miglioramento urbano di uno slum (anche andando sul campo, ma da novembre)
5. andare alle conferenze con lei, come regalo!!

Penso che oltre a questo non ci saranno tante altre emozioni. Non so forse più mi vede pronta e attiva e più mi da da fare.. adesso vedo come va e poi mi regolo. Ma proprio pochi problemi. In fondo sapevo che qui non avrei trovato il lavoro della vita.

In compenso spero di entrare presto in contatto con ong tramite Carla, e anche suo marito che lavora per una ong italiana.. così mando tramite loro CV che fa più figo!!

Quartiere tranquillo e silenzioso, con giardino e bimbi.. presto ti mando qualche foto..perchè vorrei che tu potessi immaginare esattamente dove sono..

A volte mi sento sola. Mi sentivo sola anche quando c’era matteo, e ora ancora un po’ di più. E’ stato una bazza per lui vincere quell’application, ma forse anche per me un segno del destino che mi voleva sola ad affrontare questa cose grande, per farmi tornare forte e sicura di me.. diciamo che lui era un aiuto. Avevo fatto tantissima fatica ad accettare che partiva con me, e ora devo invece riabituarmi all’idea di me e basta. I primi giorni abbiamo riso di Eleonora fino alle lacrime. E poi è andata bene cmq, anche perché se lo avesse saputo prima di partire e quindi mi fossi fatta la prima notte da sola in quel delirio umano sarei probabilmente morta. Il new kenya lodge assomiglia a quell’ostello in marocco, ricordi? Blè!!!

Quando mi sento sola, mi rannicchio dentro me e penso guardandomi attorno e dentro. Ascolto musica e mi circondo di momenti miei con il mio pc, grey’s, south park, la mia musica…e il tuo pensiero e quello della dani, di alberto, della mia mamma, di Renato, di mio fratello, di Arturino & co. .. però non immaginarmi triste e infelice, perché non lo sono.. a volte fatico, ma è normale, specie all’inizio. Poi quando ci saremo assestati, anche a casa, sarà forse più semplice.. e poi lo sai come sono introspettiva e faccio caso ad ogni cosa!

Mi sembra abbastanza per ora..

Oggi Nairobi national park. 40 dollari per entrare!! Cavolo come è costoso vivere qua!!

Non mi basteranno i soldi che ho guadagnato durante l’estate, ma sarebbe stupido non andare in giro mentre sono qua per i soldi..

Ti abbraccio, ti bacio, ti stringo…

Sue

p.s: gran black out.. da quando sono al pc la luce è andata via già 3 volte!!

24 settembre 2007

Inserito da: Zaitsev | Settembre 24, 2007

Aggiornamento numero uno

Arrivo intenso e sfortunato: a Matteo hanno perso la valigia, che però fortunatamente ritroverà il giorno dopo. Buio e casino lungo le strade, pioveva..strana senzazione. Quella senzazione di quando sei in un contesto di mezzo, in un posto poverissimo e assolutamente distante da tutto ciò che sai e a cui sei abituato. Così lo sforzo è doppio. Cavartela e in più comprendere. Viaggio lungo e un arrivo tosto. L’aeroporto alla fine è meno invasivo e caotico rispetto a quello senegalese, ma l’arrivo in albergo è stato però certamente più assurdo. Un posto a dir poco spartano, inospitale e al quanto sudicio. Non sapevamo dove mettere le mani!! E la cosa più divertente che la doccia (fatta per ragioni igieniche, e non certo per piacere!) non aveva nemmeno lo scarico, ma l’acqua defluiva grazie ad un buco nel corridoio terrazzato e da li fino al cortile al piano sotto. Nottata tragica. E per la seconda notte praticamente non ho dormito. Tutta la notte le zanzare (una mi ha pizzicato in un occhio! Welcome to kenya!!) e il ticchettio della pioggia su un tetto di lamiera mi hanno tormentata. Il fatto è che per quanto sia il posto un minimo conta. Non si chiede un albergo confortevole, ma almeno decoroso si. In fondo, è pur sempre la prima notte. La prima notte lontano da casa, la prima di oltre 90, la prima di 99 noti lontana dal mio Morosino amoroso, la prima in un posto ben poco rassicurante.

Stamattina le cose si sono infilate meglio: abbiamo preso una scheda keniota così ho potuto parlare a lungo con Ste, e con la mia mamma, l’incontro in ambasciata è stato rassicurante, infatti, il posto non sembra malaccio, benché l’incubo inglese continui a tormentarmi…a Matteo e a me si è raggiunta anche Eleonora. La terza dei cinque stagisti. Confesso senza vergogna che non essere sola in questo contesto mi rallegra molto. Ce l’avrei fatta, naturalmente, in fondo si fa tutto, ma così è stato molto meglio. Nairobi è molto più africana di quanto mi aspettassi. Non è poi molto come me l’ero immaginata. Le strade del centro sono un misto di cemento e sabbia, che con la pioggia poi è fango, rosso; per le strade sono caotiche di macchine e persone, di ogni tipo. Traffico e casino folle, matatu che sembrano venirti addosso, clacson che suonano, corse folli. Eppure, ogni persona sembra esattamente al suo posto. E’ facile sentirsi smarriti in questi contesti. E poi c’è la componente sicurezza. Non ti senti effettivamente sicuro. E per lo più non ho di certo preso ancora confidenza con il posto, così giro in modo non ancora organizzata. Mi sono sentita un po’ cretina ad andare in giro con la guida sotto braccio per evitare di portare la borsa e quindi di attirare l’attenzione di qualche male intenzionato che mi vede come un portafoglio piene deambulante.

Mentre eravamo su un matato guardavo dal finestrino i bimbi che camminavano sui marciapiedi scoscesi di terra rossa, al niente o comunque al veramente poco tutto intorno e riflettevo parecchio sul fatto che nonostante l’impatto sia quasi di scontro, sia necessario togliersi quella inevitabile bolla di pregiudizi, positivi e negativi e preconcetti che abbiamo sulla testa, per poter trovare un punto di incontro con questa città, e dunque anche avere la possibilità di trovare un equilibrio sereno e costruttivo.

La ricerca della casa invece mi spaventa un po’, e anche questo obbligato gruppo dei 5 che sembra necessario costruire con anche gli altri tipi. E se mi stanno sulle palle perché dovrei abitarci insieme?

Senza stress anche le possibilità di fare altro al di fuori dell’ambasciata sembrano esserci, si tratta d’avere un po’ pazienza, sapersele giocare e non aver timore se dovrò farle da sola…

Una bacio infinitamente ricco d’amore a Ste, che 5 anni fa incontravo e conoscevo alla Agliana- Quarrata. Che fortuna esserci stata….

24 settembre 2007

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