Inserito da: Zaitsev | Dicembre 14, 2007

Verso Wamba

Se il volo della Fly 540 con il quale abbiamo volato a Lamu rientrava nella categoria “Matato dei cieli”(cit.), il piccolo aereo con il quale sono arrivata a Wamba è proprio fuori genere. Eravamo in dieci, di cui due ignari bimbi. Diciamo che il panico è sopraggiunto pressoché subito, non appena mi sono seduta e ho tentato di allacciarmi delle strane e complicate cinture di sicurezza. Al comando Janet, donna e africana. La parità dei sessi nella mia mente è arrivata tanto tempo fa e non è per niente in discussione. La preoccupazione sarebbe stata identica se il pilota fosse stato un uomo e bianco, anche perché magari non era altro di uno quei piloti di cui parla sempre Eleonora, cacciati dalle compagnie aeree europee per alcolismo o simili (Singh!). Nonostante questo, però, ebbene si, per un momento, un piccolissimo momento, un istante, ho avuto una esitazione traballante, ma non a torto, caspita, stavamo dondolando più che evidentemente sorvolando i tetti di lamiera delle baraccopoli di Nairobi!! Una debolezza, un’incertezza legata alla paura, uffi. Poi mi sono pentita e mi sono fidata pienamente di Janet. Malgrado la fiducia però il viaggio non è andato meglio. Dondolamenti continui, Janet che mandava il piccolo aereo prima su e poi giù, il muso del veicolo da una parte e la coda dall’altra..insomma panico e mal di mare!! Stavo malissimo.. continuavo a pensare che al ritorno me ne sarei ritornata a piedi. Anche essere derubati in matato era meglio di quella sofferenza, specie poi che il ritorno sarà ancora più lungo dovendo accompagnare una sister da qualche altra parte. Forse la preghiera collettiva prima della partenza mi doveva dire qualcosa.
D’incantevole, Susan, la bimba di un anno e tre mesi seduta sulle gambe della sua mamma accanto a me. Un anno e tre mesi proprio come la piccola Gioia, prima della mia partenza. Gioia, di certo, le dava il giro per peso e altezza, Susan, dava di certo il giro a Gioia in fatto di dentini, che esibiva orgogliosa ogni volta che sorrideva, cioè praticamente sempre. Dolcemente, un certo punto si è addormentata tenendo nella sua manina nera il mio dito bianco.

Di bello e magico, come sempre il paesaggio. Quel paesaggio intenso e rigoglioso. Così lussureggiante da farti quasi non credere d’essere in Kenya. Così rigoglioso da non credere che da una natura tanto prospera possa derivare tanta povertà. Dall’alto, senza che fosse troppo alto si poteva vedere distintamente la natura sottostante. Verde e foresta. Verde attraversato da venature rossastre di terra. Casette e alberi. Colline e fiumi.
Ad un tratto, il paesaggio che cambia volto. Non più alberi ma una distesa infinita e apparentemente inabitata. I colori dominanti si interscambiano, e a prendere il sopravvento il rosso, l’aridità e il verde solo a macchie. Wamba, attualmente, è una esatta combinazione. Normalmente posto arido e secco, in questa stagione fiorisce e incanta. Per poco, ma al momento ammalia.
Atterrati su una striscia di terra battuta senza acacie, mi sono allontanata dall’aeroplano pronto a ripartire e ho visto provenire dalle capanne verso di me una folla di bimbi allegri e scalzi che correvano per vedere l’aereo. Probabilmente aspettano quel appuntamento settimanale proprio come una volta da noi si aspettava il passare del treno. E io circondata da loro a guardare quel decollo traballante. Poi una vecchia signora, con la changa al collo (infinite file di collane di perline colorate), avvolta da un ampio telo, si è diretta verso di me per stringermi la mano e darmi il benvenuto. Acacie e capanne. Africa. La mia africa. Un posto incantevole dove raccogliere i pensieri. Dove prendersi cura dei pensieri pre-partenza. Dove capire le emozioni di tre mesi vissuti intensamente. Dove far penetrare verso me stessa le mie fatiche e la mia tristezza.


Risposte

  1. come posso capirti… ci sono stato nel 1998 ed è stata un’esperienza indimenticabile, anche se abbiamo rischiato un pò…


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