Inserito da: Zaitsev | Dicembre 2, 2007

Alla Posta

Ci sono delle battaglie, nella vita, che bisogna proprio vincere. Riuscire a ritirare alle poste di Nairobi un amato pacco proveniente dalla lontana Italia, è una di quelle sfide. Trionfare con quel meccanismo confuso e macchinoso è un po’ come vincere la lotteria. E io l’ho vinta.
La posta, o meglio, l’ufficio postale dove si ritirano i pacchi, non è lontano dal centro e quindi nemmeno dal mio ufficio. Si passa su una sopra elevata e alla tua destra si cominciano a notare molte stanzette tetre e cupe piene zeppe di cassette postali blu. Un incrocio complicato di corridoi poco illuminati dalle pareti marroncine, dove i numeri si perdono. Perché bisogna precisare che in Kenya non esistono i postini, poiché non esistono praticamente il nome delle vie, le lettere arrivano al tuo P.O.Box e tu le vai a ritirare. Io camminavo orgogliosa con il bigliettino giallo che mi era stato fatto trovare sulla mia scrivania, in ambasciata. Chiedo e mi dicono di scendere al piano di sotto. Scendo al piano di sotto e mi dicono di tornare indietro e di salite. Salgo e mi dicono di salire ancora. Cammino sorridendo fino ad entrare in uno stanzone ampissimo, anch’esso marroncino, dove al centro si trovava un grande bancone. Chiedo, e mi fanno affacciare in una finestrella dove una signora interessata al mio strano nome si districa tra pacchi e documenti. Le mostro il mio, scrive, mette timbri e mi fa fare un giro labirintico per aspettare il mio pacco. Il mio pacco arriva tra le mani stanche di una signora dai capelli intrecciati in maniera inquietante. Sto per abbracciarlo quando mi dice che devo fare la fila e far verificare il contenuto dai suoi colleghi, che in base a quello ti fanno pagare una tassa. Mi metto in fila e noto questa scena poco glorificante. Un omone dalla faccia simpatica con un taglierino apre i pacchi e la sua collega annoiata registra il contenuto. Ora, va bene tutto, ma perché uno deve mostrare quel prezioso contenuto, quella sorpresa inaspettata, quel pacco tanto atteso, davanti a degli sconosciuti? Vestitini di bimbi mandati da chi sa chi-da chi sa dove, inviti di nozze color crema con fiocchi di raso che come vengono scartati velocemente vengono altrettanto velocemente, ma attentamente, rincartati. Qui le sorprese sono così rare, così quando ti arriva una lettera, prima di aprirla la guardi, l’annusi, la scruti e aspetti di tornare a casa, sul tuo letto, con la tua musica, da sola, finalmente sola per un attimo, e la apri e sogni, leggi i pensieri di chi ti ha scritto ed è come se sentissi la sua voce, tanto è intenso quel raro momento. E io, il mio pacco, avrei voluto aprirlo in quel modo. E invece no, magia rovinata. Lacrimuccia che scende. Il contenuto colorato del mio pacco però ha divertito tutti!
A questo punto, mentre nella stanza rimbombava il suono di timbri, mi restituiscono il biglietto e mi dicono di andare nel primo ufficio sulla sinistra. Io vado, ma non era quello ma il secondo. Salgo rapidamente gli scalini di legno ed entro in una stanza dove una donna davanti ad un pc mette un altro timbro. Torno indietro e mi rimandano nel ufficio da dove ero passata sbagliando. Il ragazzo mi dice cose da dietro ad una grata, credo fossero battute, che però non riesco a cogliere. Cambiato il biglietto torno in dietro per riavere il mio pacco. Ma invece no. Mi fanno andare da altre due persone a metà del lunghissimo desk, le quasi strappano una strisciolina di carta con il righello da un quaderno e ci scrivono il mio nome e ci mettono un timbro. Ripasso dal via, e mi fanno tornare dalla signora che all’inizio mi aveva consegnato il pacco, la quale scrive su un quadernone per l’ennesima volta il mio nome e il codice del pacco. A questo punto scongiurato lo spauracchio di dover andare in banca a pagare e ricominciare tutto dall’inizio, con in mano il mio pacco giallo poste italiane (che a questo punto ho largamente rivalutato), mi incammino in una risata quasi isterica, mentre continuavo a ripetere “ma come è possibile che sia così difficile ritirare un pacco!!”. Sicura di aver finalmente finito mi dirigo verso l’uscita quando mi sento richiamare. Mancava un timbro, ebbene si, un altro timbro.
Rifaccio velocemente la strada al contrario, rassicurata dall’ultimo impiegato che mi aveva garantito la fine di questa machiavellica operazione. Mentiva. Uscendo dall’edificio c’era un ometto incaricato di ritirare il biglietto consegnato sopra, registrare il mio nome per la quarantacinquesima volta, tentare di pronunciare il mio nome senza, però, sufficienti risultati e darmi l’ultimo pezzettino di carta imbrattato di timbri.

Ora, mi sembra proprio di aver vinto una battaglia. La sensazione, fuori dall’ufficio postale, che una volta essere riusciti a fare questo, nella vita la strada diventa inevitabilmente in discesa.

Chissà cosa avrebbe detto Renato dei suoi colleghi postini….


Risposte

  1. Sue…come si fa a non amarti!!!

    Mi manchi cara mia…
    A prestissimo,
    Dani

  2. ma è un gioco divertentissimo!!.. quasi quasi ti mando un pacco anch’io :)

  3. Cazzarola Sue, te lo invio anch’io un pacco, magari vuoto!!! Come stai? A quando il fatidico rientro? Qua sto fibrillando… Sai è prossima la pubblicazione del mio nuovo libricino di poesie in dialetto!!! che bello!!!
    Qua è ormai decisamente inverno, piove fa freddo c’è nebbia… Chissà quando torni che trauma! Saranno il nostro affetto ed amore a riscaldarti! A presto!!! Lollo.


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