Inserito da: Zaitsev | Novembre 12, 2007

Continua a Capitare

Capita che le impalcature utilizzate nell’edilizia siano una struttura di lunghi bastoni sottili intrecciati tra loro con corde. Capita di partecipare alla Nairobi Marathon 2007 con il numero 9746. Succede che ci si sveglia alle 5,30 e poi taxi, appuntamento con gli altri alle 6.15 e poi alle 7 pronti al traguardo. Capita di pensare che solo per questo meritavo la vittoria. E poi correre per dieci chilometri. Cioè di camminare velocemente per i primi cinque e di correre per i restanti. Capita che dopo sette minuti, i maratoneti, quelli veri, erano già di ritorno verso l’arrivo (Azz!!), ma tu non te ne preoccupi perché ti stai divertendo molto e sei anche fiera di te perché dopo aver corso per cinque chilometri non sei nemmeno stanca, e pensi che potevi chiedere molto di più al tuo fisico sottovalutato(!). Poi, invece, impari che era stato tagliato di tre chilometri il tragitto e incombe la delusione!! Ci si consola all’idea di aver corso per i bimbi ciechi..
Capita che in paese di neri si crei una strana solidarietà tra bianchi. Capita di trovarmi sola, in un matato. Capita che il matato sia bloccato in una strada visibilmente a senso unico dove metà delle auto siano girate in un senso di marcia e l’altra metà nell’altro. Ai lati auto parcheggiate che rendono complicata ogni manovra. Momenti concitati all’africana in cui a stento comprendi cosa capita e scoppi a ridere. Perché veramente c’era da ridere. Tutti però ti guardano tra il serio e il basito, forse perché non lo trovavano divertente. Quell’espressione di quando mi spavento per una manovra assurda del driver di matato mentre rischia di uccidere un pedone e tutti si voltano verso di me guardandomi stranamente, o sorridente come se fosse la cosa più normale del mondo uccidere qualcuno per strada.
E poi capita di trovarsi a 4200 metri, dentro un rifugio senza riscaldamento e di morire di freddo, di vedersi la cena servita alle sei, di andare a dormire alle sette per tentare di evitare il congelamento. Peggio ancora capita di bere acqua calda – ACQUA CALDA- sempre per scongiurare i rischio dell’assideramento, all’africana. Gli africani devono acqua calda, o meglio, almeno i kenioti – evitiamo di cadere in facili e odiose generalizzazione. Mi sono sentita ancora un po’ più africana. Indossavo talmente tanti vestiti da non poter piegare le braccia. Ma il freddo non mollava ed era la seconda notte praticamente passata senza dormire, ed ero stanca, avrei voluto riposare un po’ prima che suonasse la sveglia, programmata per le due del mattino per intraprendere la faticata fino al Point Lenana, e invece, no. Niente riposo, perché la stanza era popolata da un’ allegra e numerosa famiglia di topi. Ma non topini, come il protagonista di Topo Tip (uno dei libri preferiti della piccola Gioia), ma grossi topi..neri. Ora, va bene tutto. Va bene che il posto sia spartano e ciozzo, va bene essere costretti a lavarsi con le salviette perché non c’e’ altro modo, va bene tutto..ma i topi, No! Non ho chiuso occhio per il terrore che mi salissero sul letto. E poi correvano e squittivano rumorosamente. Blèèèè….massimo rispetto per tutti gli animali, io non ne mangio nessuno, ma per l’amor del cielo.. i topi!! e così a 4895 mt senza nemmeno aver dormito e l’israeliano che al mattino mi dice:”ma erano solo topi!” a va bè, se lo dici tu…
Poi il ragazzo israeliano, in verità era molto gentile, e così mi sono interrogata a lungo sulla correttezza delle mie chiacchierate con lui, con il rischio di mancare di rispetto al popolo palestinese al quale sono molto vicina (!). Mi ha anche portato lo zaino e al ritorno mi ha fatto i complimenti dicendomi che sono un’ottima scalatrice. Urca! E poi capita di trovarsi nel tratto più duro, quasi di pura scalata, con l’inglese che con lo sguardo a metà tra il preoccupato e il sorpreso, mi continuava a chiedere:”are you fine?”.. e si che sono fine, sono arrivata anche prima di te!! E al ritorno il nostro cuoco che ci accoglie con dell’ottimo pane fritto e frittelle di banane, rigorosamente fritte. Hurray!!! Digiunato, naturalmente.

E poi molto meno romanticamente capita di trovarsi finalmente in un locale di soli neri e di vedere scagliare contro ad una ragazza una bottiglia di vetro e di vederla picchiare energicamente. Capita che gli ospiti del locale continuino a ripeterti, per tranquillizzarti, che va tutto bene, e che è normale. Come è normale vedere linciare un ragazzino, in una strada buia. Normale… normalmente non si può intervenire.

Qui impari a capire molto bene quali siano le dinamiche che intercorrono tra gli immigrati delle nostre città. Neri coi neri. Asiatici con gli asiatici. E a Nairobi, bianchi coi bianchi. Feste a casa di “colleghi” bianchi, dove nella migliore dell’ipotesi partecipano anche bianchi funzionari UN. Secondo me qua ci si sente un po’ soli. E tutti a ripeterti che sei nel posto giusto se vuoi fare carriera, perché Nairobi è il baricentro della cooperazione di questa parte africa. Tutti a ripetermi che lavorare con lei è una grande fortuna, che devo saper approfittare di questa grande occasione, che devo bussare alle porte. E poi torni a casa con una bag piena zeppa di buoni consigli. Tutti amano dispensare buoni consigli. Probabilmente perché ognuno desidera sentirsi utile ed è intimamente convinto che le sue esperienze, in qualche modo, valgano più dell’esperienza di qualcun altro. Ma io sono tornata a casa più confusa che sicura, più dubbiosa che certa. Cosa vorrà poi dire bussare alle porte? Cosa vorrà poi dire “sapersi giocare la propria occasione?” esiste veramente la grande occasione che si corre il rischio di non saper riconoscere? Esiste? Veramente le sorti del proprio futuro si giocano alla velocità di un soffio di vento? E’ veramente così? E io.. me la sto giocando la mia occasione? Le mille parole spese a capire che fare, significa provarci? E poi e soprattutto, voglio veramente ritrovarmi a quarantatrè anni, sola, in un paese a caso, mentre organizzo grigliate con persone che tra tre mesi saranno da qualche altra parte, con qualche altro sconosciuto o appena conosciuto? Veramente? Forse a consolarmi la consapevolezza che la realtà è più complicata di così. Che non saranno qualche applications o cv spedito nella foga dell’incertezza a determinare il mio futuro.

Così capita di trovarsi a Nairobi, e di avere i portatori per salire sul Monte Kenya, e il driver per girovagare da un meeting all’altro. Mi fa strano e mi dispiace anche, in verità, ma qui è così.. e non si prescinde da questo. Peccato. Succede però che sono oramai diventata la miglior amica di tutti i locali che lavorano in ambasciata. Cinque locali, che fanno lavoretti dal tutto-fare, alle pulizie al driver.
Capita anche di sentirsi una famiglia. E come nelle migliori famiglie, talvolta, di non sopportare le persone che formano la tua famiglia.

E ancora, un’immagine. Stavamo tornando da Ngong con il bravo Renzo, in una strada rossa, dal panorama incantato, quando un masai, un vero masai, ci fa segno di fermarci. Ci chiedeva un passaggio per la town. Decidiamo di darglielo. Io sostenitrice di questa ipotesi. Prima di salire e di caricare il suo sacco di legna che andava al mercato a vendere, è corso nella boscaglia per nascondere il suo lungo coltello, qualcosa simile ad un piccolo macete. Non parlava inglese. Le mani erano ruvide e grandi. I lobi delle orecchie allargati, come secondo la tradizione masai. E il suo sorriso era splendente. Abbiamo comunicato solo a gesti e a sguardi. Un bellissimo modo di comunicare. E allora capisci che talvolta la parola è sopravvalutata, perché credo che sia riuscito a trasmettermi più quel uomo senza parlare che mille parole. La sensazione era che senza un linguaggio condiviso ci sia la voglia di capirsi di più e più profondamente. Prima di scendere a destinazione una forte e decisa stretta di mano. Una delle strette di mani più emozionanti che io ricordi.

Molti sguardi fugaci, parole quasi sussurrate, strette di mani timide, quasi d’imbarazzo.

E cammini per strada, e vedi due bimbi che camminano sul marciapiede, alti quanto la Gioia, o forse poco più. Camminano davanti ai negozietti dei loro genitori, e si tengono per mano. Camminano passi lenti e coraggiosi. Camminano come camminerebbe un adulto. Camminano da grandi, perché qui si diventa grandi presto, prestissimo, e si tengono premurosamente e dolcemente la mano.
E io li osservo, li noto, imparo da loro e da loro capisco cosa vuol dire essere grandi.

E poi capita di mettere in discussione profondamente le ragioni del mio essere qui, e le ragioni di tutto ciò che fino ad ora mi ha portato con determinazione fino a questo punto. Perché, sai, le fatiche ti costringono a ripensarti e a ritrovarti più forte e decisa o rassegnataria. E così, io, ci ho pensato e ripensato. Ho riflettuto su tutte le volte che mi sono sentita sola, a tutte quelle volte che avrei avuto bisogno di un abbraccio e di uno sguardo complice, a tutte quelle volte che avrei voluto sentirmi capita e compresa, fino in fondo. A tutte quelle volte che ho ripetuto a me stessa che forse certe cose ha senso farle con le persone con cui si decide di voler condividere la strada. Ho riflettuto molto sul mio bisogno di indipendenza che stride con il mio bisogno di sentirmi capita. Ci ho pensato molto.. fino a ritrovare la consapevolezza che non bisogna farsi vincere dalle fatiche. E così ritornerei in kenya, in questo modo, altre mille volte. Ho sentito fino al punto di sentirmi a casa. Ho sentito che questa città, che attualmente gentilmente mi ospita, questa città strana e contraddittoria, pericolosa e accogliente, è la mia città. Queste strade cullano i miei pensieri, e alimentano i miei sogni. Questa città mi ha aiutato a sentire ancora più vicine le persone lontane. Questa città mi ha aiutato a guardarmi vivere (Cit.).

Sono tornata ancora in baraccopoli. Questa volta per incontrare un ONG locale che fa progetti di micro credito. E per sbaglio ci siamo, Giulio ed io, infilati in una scuola. Rumorosa come tutte le scuole. Affollata e allegra come tutte le scuole. E come in tutte le scuole il verificarsi di dinamiche simili a quelle di qualsiasi altra scuola. Amicizie complici, gelosie, risate, partite a pallone, scambio di libri, abbracci… e più cammino per le strade sabbiose e mal odoranti delle baraccopoli della periferia di Nairobi e più mi sento vicina e questo mondo. E più mi indigno – quel famoso diritti di
indignarsi, che ad un certo punto della vita ognuno deve fare proprio, quel sano e saggio principio di indignazione che al momento opportuno è necessario rivendicare- quando leggo le righe di Alberizzi sul Corriere della Sera che parla di korogocho e dice:” intorno alla discarica trent’anni fa è sorto Korogocho, forse il più grande dei duecento slum-vergogna di Nairobi, dove i derelitti, i disperati, i pezzenti e i miserabili, insomma quella parte del mondo senza speranza, cercano di sopravvivere”. E alcuni di quelli che lui chiama derelitti, li ho incontrati, con alcuni ho parlato, ho tenuto in braccio i figli di quei pezzenti e ho giocato con loro.. e mi indigno, mi indigno per quel modo distante di guardare il vero punto dal quale si gioca la partita, mi indigno per questo modo freddo e frettoloso di giudicare. Mi indigno per questo bisogno di etichettare. Mi indigno e me ne vergogno. Mi indigno e mi scuso per lui.


Risposte

  1. wow……..bello leggere ed essere praticamente lì con te. Tu stai ‘giocando ‘ molto bene…e non sarai sola a 43 anni! Io ti sono vicina…un bacio polpetta mia!


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