Se Korogocho e Kibera ci aveva accolto con un coro di “How are you”, Ol’khalau ci ha dato il benvenuto con un molto più nostrano ”Ciao Bella”. Come dire… gli effetti della presenza di una scuola gestita da suore italiane..
Ad Ol’khalau c’è una sola strada asfaltata. Le altre sono di terra arancio e rifiuti. Ad Ol’khalau ci sono più asini che macchine. Ciò che non manca ad Ol’Kaloa è la pubblicità della Safaricom (un’affiliata Vodafone). In kenya dove arriva una strada, per quanto possa essere una strada sterrata, impercorribile e impraticabile, arriva la Safaricom; che non si accontenta di contaminare le strade con i piccoli baracchini di lamiera verde ogni 5 mentri (magari non si trovano i pomodori, ma le ricariche del telefonino sono tranquillamente reperibili!), ma dipinge interi edifici di verde con la scritta Safaricom bianca cerchiata di rosso. Camminare per Ol’khalau dà l’impressione di esser in un posto senza tempo, dove tutto scorre lento e calmo e sereno. Ad Ol’khalau la vita sembra fatta veramente dei negozietti che si affacciano sulla strada e dei meccanici di biciclette. Ad Ol’khalau c’è un piccolo posto dove si può mangiare che si chiama Jacaranda. Attorno alla porta è disegnata la bella jacaranda. Una ragione sufficiente per andare ad Ol’khalau.
Ol’khalau è un piccolo fazzoletto di terra verdissimo a due ore e trenta da Nairobi. Ol’khalau è famosa per il centro di riabilitazione per bambini disabili. La terra su cui nasce Ol’khalau era di proprietà inglese, che il governo keniota riscattò al momento dell’indipendenza, e che poi divise in piccoli lotti, uno dei quali fu dato alla diocesi che poi progettò la costruzione di un orfanotrofio. L’orfanotrofio non nacque, ma si creò una struttura per disabili, bimbi disabili e di conseguenza una scuola, per permettere ai piccoli ospiti di andare a scuola durante la loro degenza. Due volte l’anno alcuni dottori genovesi vanno e operano. A febbraio in due settimane hanno operato 90 bambini. Attualmente la scuola è aperta anche per i bimbi del paese, che tornano a casa dopo le lezioni, mentre gli altri sono ospitati nella struttura. Ad ognuno spetta un letto di ferro rosso, una coperta fiorata perfettamente in ordine e un comodino, dove spesso sono appoggiate le protesi o le scarpe ortopediche.
Ad Ol’khalau ho imparato a saltare la corda, ma non una corda normale, che già sapevo saltare, ma una corda fatta di arbusti, tipo liane. Ad Ol’khalau l’elastico per i capelli con le palline colorate di lana cotta che la dolce Dani (mooo..stella mi manchi tanto!!) mi aveva regalato per natale è stato scambiato per un insieme di caramelle. Ad Ol’khalau mi sono sentita strana e un po’ fuori posto. Forse per il clima troppo religioso-rigoroso, forse per via dei miei compagni di viaggio-stage-casa, forse perché non mi aspettavo che la voglia di correre superasse in quel modo il fatto indiscutibile di non avere una gamba o un grave disturbo fisico. Ad Ol’khalau ho avuto molta voglia di piangere quando un piccolo bimbo mi è venuto incontro trascinandosi con le mani perché non aveva le gambe e quando una bimba mi ha mostrato, ridendo, il suo braccino senza mano mentre giocavo alle ombre cinesi con i suoi compagni. Ol’khalau ho cercato qualcuno che sostenesse il mio sguardo triste, ma non l’ho trovato. Ad Ol’khalau ho sorriso per la tenerezza con cui ero accarezzata e tenuta per mano. Ad Ol’khalau ho avuto la sensazione che tanti bimbi kenioti hanno la speranza di non essere limitati da un disturbo fisico, e che la volontà di una grossa, e ormai anziana suora italiana, fosse veramente la risposta ad una speranza. La risposta al sogno di molti genitori di vedere i propri figli camminare, correre e imparare a leggere. Noi sogniamo di vedere i nostri figli laurearsi, trovare un lavoro remunerativo e comprare casa, qui sognano di vederli guarire da un difetto fisico dal quale i nostri figli sarebbero guariti entro il primo anno di vita.
Chissà poi perché…
17 ott 2007


